Riflettendo…

CI SONO DEI GIORNI della nostra vita che non riusciamo a ricordare nella loro interezza. Giorni che paiono senza inizio e senza fine, sospesi nella realtà, solo perché, nella nostra mente, rimangono legati ad un flash, a certe immagini, singole e chiarissime, non legate a una temporalità. Non ricordiamo se quelle realtà, così corpose, siano accadute prima o dopo. Sono il nome proprio di quei giorni; sono la data, senza ore di riferimento. Ed è per quei pochi, arruffati ricordi che un giorno qualunque diventa un giorno indimenticato, con i margini che colano memorie tra il prima e il dopo.

Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne


Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne

Ho rispolverato un mio racconto, scritto un paio d’anni fa, che si adatta perfettamente a questa giornata. Ve lo propongo qui di seguito.

“Mi concessi un po’ di tempo per bere un sorso di cappuccino. La tazza scaldava le mani e il sole invernale si posava sul mio viso, con quel tepore che si ripete, nello stesso modo piacevole, solo nelle prime giornate di primavera.

A occhi chiusi mi godevo il cammino del liquido caldo che attraversava la gola e scendeva giù.

Un leggero urto alla mia sedia mi riportò alla coscienza dell’ambiente intorno.

“Mi scusi.”, mormorò la voce gentile della ragazza che aveva spostato la sua sedia, facendola sbattere contro lo schienale della mia.

Riportai lo sguardo sul cursore pulsante, sul monitor del computer portatile che ho di fronte. Mi fermavo spesso in quel bar. Era un posto luminoso, accogliente, dove la gente poteva fermarsi a un tavolo per lavorare.

La ragazza si sedette. Era in compagnia di un’amica.

“Racconta!”, la invitò la ragazza alle mie spalle.

“Cosa ti devo dire, Gaia? Sono sconvolta. Pensavo di aver ritrovato un mio equilibrio, invece i ricordi sono tornati a scuotermi la testa e lo stomaco e, in più, adesso mi sento responsabile per quello che potrà succedere ad altre ragazze.”

Cominciai a battere sui tasti del computer. Le parole delle ragazze potevano diventare il mio percorso di appunti per un’idea, per un soggetto da scrivere.

“Cosa è successo esattamente? Al telefono mi hai detto solo qualche frase smozzicata.”

“Il mio allenatore di allora … è tornato di nuovo in attività.”

“Ma non lo avevano allontanato?”

“Si, dopo lo scandalo che riguardava anche me. Ci avevano trovato nello spogliatoio e lui cercava di togliermi i vestiti di dosso. Io urlai e un’altra allenatrice entrò nella stanza e riuscì a fermarlo. Poi mia madre fece un gran casino e la federazione cercò in tutti i modi di soffocare lo scandalo, mandando via quell’uomo. Io avevo solo quattordici anni, sapevo solo che lui voleva fare qualche cosa che non volevo fare io. Avvertivo anche che quello che voleva fare era una di quelle cose che mia madre mi aveva sempre  dipinto come “sporche”, ma ero ancora una bambina. Mi ricordo gli sguardi delle compagne di squadre, così compassionevoli da farmi sentire colpevole. Ricordo anche certi discorsi sussurrati da altre compagne, di poco più grandi di me, che parlavano di rapporti sessuali avuti nello spogliatoio con non so chi. Con il tempo i significati sono diventati più chiari, ma in quel momento non ero abbastanza “adulta” per capire.”

“Ma non potevi andare a giocare per altre società?”, chiese Gaia.

“Se si fosse trattato di società si, ma qui si parlava di Nazionale e le ragazze fanno qualsiasi cosa per arrivare a giocare nella squadra più importante di tutte.”

Ci fu un lungo momento di silenzio, a sottolineare che le ultime parole erano la spiegazione della realtà.

“Come mai è tornato?”, chiese Gaia.

“E’ cambiato il presidente della federazione, che già di per sé amava molto le ragazze giovani. Poi l’incarico di allenatore è stato  dato ad uno che amava le ragazze giovanissime. E’ stato lui che, a sua volta, ha di nuovo  preso, come aiutante, quello schifo d’uomo che aveva provato  a …”

La voce si interruppe, prima di un altro silenzio prolungato

“Cosa vuoi fare, adesso?”, domandò ancora Gaia, con un tono di voce preoccupato.

“Non lo so, Gaia. Ho qualche idea, ma uscire allo scoperto provocherebbe tanta sofferenza a mia madre: ci ha messo tanto tempo a ritrovare la serenità.  Sul  serio, non saprei come affrontare la situazione. Però adesso sono una donna, non più una ragazzina e devo fare qualcosa, non posso aspettare che si ripeta quello che è successo a me … o anche peggio.”

“Ma come puoi fare?”

“Ho pensato tanto in questi ultimi tempi e credo che sceglierò la soluzione dell’incontro con lui. Lo affronterò, non più con le paure di una bambina. Adesso sono grande, sono una donna, ho raggiunto il massimo sia a livello sportivo, negli anni in cui lui non c’era, sia a livello lavorativo. Non ho più paura di fronteggiare un uomo.”

“Sei sicura di volerlo fare?”

“Sì. Andrò da lui e gli dirò di andarsene. Devono andarsene, lui e l’allenatore amico suo,”

“E se rifiuterà?”

“Cercherò qualcuno che voglia raccontare la mia storia. Magari qualcuno che preservi in mio anonimato. Spero di trovare una persona che mi ascolti.”

Alzai le mani dalla tastiera del computer. Il cursore continuava a pulsare, ma questa volta aveva lasciato dietro di sé la traccia dei segni, un racconto da pubblicare.

Le ragazze si alzarono, senza più pronunciare una parola. 

Girai il capo quel tanto che mi servì a incontrare lo sguardo della ragazza che, fino a poco prima, era seduta alle mie spalle. Lei sorrise dolcemente e io ricambiai. 

“Posso fare poco per la tua amica, soprattutto non posso cancellare il passato.” pensai, “Ma quel poco lo faccio volentieri. Spero che possa servire.”

Fonte immagine: Il Faro Online

Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

Ha 23 anni, è una piccola donna alta 1 metro e 43 centimetri e pesa meno di 50 chili. Ma è considerata la migliore ginnasta della storia.

Simone Biles ha superato tutti i record, sia femminili che maschili, nella storia dei campionati Mondiali di ginnastica: 25 medaglie, in totale.

5 medaglie olimpiche di cui 4 d’oro.

Ha aperto una palestra dove lei stessa si allena ed è, senza alcun dubbio, la ginnasta più conosciuta e amata in ogni parte del mondo.

E’ un’icona di volontà ferrea e professionismo. Due elementi ginnici da lei eseguiti hanno ottenuto la classificazione ufficiale nel codice di punteggi della ginnastica: il “Biles” alla trave per un’uscita in un doppio raccolto con due avvitamenti, che ha ottenuto il massimo valore di difficoltà di uscita dall’esercizio alla trave. Poi c’è il “Biles II” al corpo libero, che comporta un doppio salto raccolto con triplo avvitamento, a cui è stato assegnato il valore “J”, il più alto in assoluto nel codice, un salto ritenuto impossibile e che l’ha fatta entrare nella storia dello sport, nell’agosto del 2019.

Perché questa presentazione? Per dire che Simone Biles, esplosiva ginnasta americana, non è una persona qualunque. Ed essendo una delle grandi donne dello sport, ha usato la sua fama per denunciare la violenza sessuale subita dall’ex medico della squadra nazionale americana di ginnastica, Larry Nassar.

Ma non basta. Sicura di non poter essere estromessa dalla squadra nazionale, senza che il mondo si ribellasse a una eventuale decisione di quel genere, ha accusato la U.S.A. Gymnastics, la federazione nazionale, di essere complice di Nassar per aver permesso che la violenza di verificasse e per aver, successivamente, coperto i fatti. Nassar non era nuovo a questo tipo di abusi. Ritenuto colpevole, Nassar è stato condannato ad una pena durissima.

Il coraggio di una piccola donna (ma non solo lei) ha permesso alla giustizia di fare il suo corso, ma ha, soprattutto, interrotto un “sistema” di protezione del colpevole che partiva alla federazione americana, troppo preoccupata di evitare scandali piuttosto che di tutelare atlete giovanissime. Nassar ha confessato di aver abusato anche di bambine al di sotto dei 13 anni.

Simon Biles si è costruita un’immagine grazie alla sua eccezionale bravura e, dall’alto del gradino più alto nel mondo della ginnastica ha tuonato contro l’ingiustizia, ha sollevato il velo su uno sporco aspetto dello sport. Ha rappresentato al mondo quanto ancora, ai nostri giorni, le donne debbano convivere con gli abusi sessuali, con la lotta per il riconoscimento di diritti che non dovrebbero più essere una rarità, ma un diritto sacrosanto che tuteli quella parte di mondo che regala la vita.


Ho rispolverato un mio racconto, scritto un paio d’anni fa, che si adatta perfettamente a questa giornata. Ve lo propongo qui di seguito.

“Mi concessi un po’ di tempo per bere un sorso di cappuccino. La tazza scaldava le mani e il sole invernale si posava sul mio viso, con quel tepore che si ripete, nello stesso modo piacevole, solo nelle prime giornate di primavera.

A occhi chiusi mi godevo il cammino del liquido caldo che attraversava la gola e scendeva giù.

Un leggero urto alla mia sedia mi riportò alla coscienza dell’ambiente intorno.

“Mi scusi.”, mormorò la voce gentile della ragazza che aveva spostato la sua sedia, facendola sbattere contro lo schienale della mia.

Riportai lo sguardo sul cursore pulsante, sul monitor del computer portatile che ho di fronte. Mi fermavo spesso in quel bar. Era un posto luminoso, accogliente, dove la gente poteva fermarsi a un tavolo per lavorare.

La ragazza si sedette. Era in compagnia di un’amica.

“Racconta!”, la invitò la ragazza alle mie spalle.

“Cosa ti devo dire, Gaia? Sono sconvolta. Pensavo di aver ritrovato un mio equilibrio, invece i ricordi sono tornati a scuotermi la testa e lo stomaco e, in più, adesso mi sento responsabile per quello che potrà succedere ad altre ragazze.”

Cominciai a battere sui tasti del computer. Le parole delle ragazze potevano diventare il mio percorso di appunti per un’idea, per un soggetto da scrivere.

“Cosa è successo esattamente? Al telefono mi hai detto solo qualche frase smozzicata.”

“Il mio allenatore di allora … è tornato di nuovo in attività.”

“Ma non lo avevano allontanato?”

“Si, dopo lo scandalo che riguardava anche me. Ci avevano trovato nello spogliatoio e lui cercava di togliermi i vestiti di dosso. Io urlai e un’altra allenatrice entrò nella stanza e riuscì a fermarlo. Poi mia madre fece un gran casino e la federazione cercò in tutti i modi di soffocare lo scandalo, mandando via quell’uomo. Io avevo solo quattordici anni, sapevo solo che lui voleva fare qualche cosa che non volevo fare io. Avvertivo anche che quello che voleva fare era una di quelle cose che mia madre mi aveva sempre  dipinto come “sporche”, ma ero ancora una bambina. Mi ricordo gli sguardi delle compagne di squadre, così compassionevoli da farmi sentire colpevole. Ricordo anche certi discorsi sussurrati da altre compagne, di poco più grandi di me, che parlavano di rapporti sessuali avuti nello spogliatoio con non so chi. Con il tempo i significati sono diventati più chiari, ma in quel momento non ero abbastanza “adulta” per capire.”

“Ma non potevi andare a giocare per altre società?”, chiese Gaia.

“Se si fosse trattato di società si, ma qui si parlava di Nazionale e le ragazze fanno qualsiasi cosa per arrivare a giocare nella squadra più importante di tutte.”

Ci fu un lungo momento di silenzio, a sottolineare che le ultime parole erano la spiegazione della realtà.

“Come mai è tornato?”, chiese Gaia.

“E’ cambiato il presidente della federazione, che già di per sé amava molto le ragazze giovani. Poi l’incarico di allenatore è stato  dato ad uno che amava le ragazze giovanissime. E’ stato lui che, a sua volta, ha di nuovo  preso, come aiutante, quello schifo d’uomo che aveva provato  a …”

La voce si interruppe, prima di un altro silenzio prolungato

“Cosa vuoi fare, adesso?”, domandò ancora Gaia, con un tono di voce preoccupato.

“Non lo so, Gaia. Ho qualche idea, ma uscire allo scoperto provocherebbe tanta sofferenza a mia madre: ci ha messo tanto tempo a ritrovare la serenità.  Sul  serio, non saprei come affrontare la situazione. Però adesso sono una donna, non più una ragazzina e devo fare qualcosa, non posso aspettare che si ripeta quello che è successo a me … o anche peggio.”

“Ma come puoi fare?”

“Ho pensato tanto in questi ultimi tempi e credo che sceglierò la soluzione dell’incontro con lui. Lo affronterò, non più con le paure di una bambina. Adesso sono grande, sono una donna, ho raggiunto il massimo sia a livello sportivo, negli anni in cui lui non c’era, sia a livello lavorativo. Non ho più paura di fronteggiare un uomo.”

“Sei sicura di volerlo fare?”

“Sì. Andrò da lui e gli dirò di andarsene. Devono andarsene, lui e l’allenatore amico suo,”

“E se rifiuterà?”

“Cercherò qualcuno che voglia raccontare la mia storia. Magari qualcuno che preservi in mio anonimato. Spero di trovare una persona che mi ascolti.”

Alzai le mani dalla tastiera del computer. Il cursore continuava a pulsare, ma questa volta aveva lasciato dietro di sé la traccia dei segni, un racconto da pubblicare.

Le ragazze si alzarono, senza più pronunciare una parola. 

Girai il capo quel tanto che mi servì a incontrare lo sguardo della ragazza che, fino a poco prima, era seduta alle mie spalle. Lei sorrise dolcemente e io ricambiai. 

“Posso fare poco per la tua amica, soprattutto non posso cancellare il passato.” pensai, “Ma quel poco lo faccio volentieri. Spero che possa servire.”

Ottobre

Primo ottobre. Nella mente di chi, come me, ha una certa età, dire primo ottobre fa scattare subito il parallelo con “primo giorno di scuola”. Sì, perché quando io ero piccola la scuola aveva inizio, per tutti gli studenti e scolari d’Italia, proprio il primo giorno di ottobre. Quel giorno segnava la fine delle vacanze estive, niente più giornate a giocare con gli amici. C’era l’eccitazione per il nuovo anno scolastico, preannunciato dai nuovi libri (due: un libro di lettura e un sussidiario) che avevo già letto e riletto con quella voglia di conoscere che era già marcata, fin da quando ero piccola.  C’era il nuovo grembiule, da indossare quasi come un vestito della festa: bianco con un fiocco rosa per le femmine e nero con il fiocco blu per i maschi. C’era la voglia di ritrovare le compagne di classe (compagne, sì, perché le classi erano divise in femminili e maschili). Dopo tanti mesi di separazione le guardavo, notando i cambiamenti della crescita e, sicuramente anche loro avranno fatto lo stesso con me, ma non me ne rendevo conto.

Si cominciava con le esercitazioni, per riprendere contatto con le abitudini scolastiche. La maestra (una sola, preparatissima in ogni materia), ci assegnava i compiti e, da quel primo giorno, quel primo ottobre, sapevamo che i nostri pomeriggi sarebbero stati dedicati, prima di tutto, allo studio.

Con gli anni cambiano i doveri, gli impegni, gli svaghi. Oggi vorrei che per me fosse di nuovo il primo ottobre di tanti anni fa. Voglio ricominciare a lavorare su questo blog, perché tante cose sono cambiate nelle mia vita. Voglio mettere a frutto le nuove nozioni che ho imparato, nel frattempo che questo blog, pur non ricevendo le mie attenzioni, ha prodotto risultati ottimi. So, quindi, che ho la capacità di fare bene questo lavoro e voglio farlo per me. Curare i blog, i siti di altri e trascurare proprio il mio … il calzolaio che va in giro con le scarpe bucate 😦

Decine di volte ho organizzato, modificato, riorganizzato il mio calendario editoriale, ma c’era sempre qualche cosa di più urgente da curare.

Voglio tornare indietro, voglio tornare a me, perché di progetti ne ho tanti e non voglio più rinunciare a metterli in pratica.

Dovrò trovare il tempo per fare tutto, ma mi conosco abbastanza per dire che ce la farò.

C’è in programma un altro sito parallelo a questo, una newsletter e … e poi si vedrà.

VI ASPETTO QUI.

CON ME.